Le performance estetiche

 

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     Riferimenti teorici

Il contesto sociale

La nuova stagione che esce dalla disillusione della modernità non ha ancora lineamenti precisi né direzione univoca. La si descrive con un termine – il postmoderno – che indica una rottura ma non significa ancora un approdo: un mondo di sicurezze tramonta e al suo posto subentra la società delle libertà.

La razionalità rispetto allo scopo (il successo della tecnica, la potenza delle nuove tecnologie), la valorizzazione del capitale (il trionfo della globalizzazione dell’economia), la differenziazione funzionale (le specializzazioni delle scienze e la burocrazia della politica) rappresentano la continuità con il passato. L'elogio della libera espressione individuale, il primato dell’emozionale sul razionale, disegnano, invece, la rottura e il contrasto del nuovo. La mescolanza di continuità e di innovazione mette a dura prova l’identità e la coerenza degli individui, ne trasforma in profondità gli stili di vita e scombussola i fondamenti della convivenza. Le libertà e le potenzialità che possono essere immaginate e perseguite, in un mondo dove tutto è plurale ed offerto in eccedenza, affascinano ed invitano alla prova.

Gli individui sono chiamati a comprendere, riconoscere e sopportare libertà molteplici, contraddittorie e conflittuali: sono le condizioni di una nuova democrazia che nasce dal basso, nella quale concetti, ideologie e pratiche della prima modernità si rivelano inadeguate. Gli spazi della vita quotidiana si popolano di attese e rivendicazioni, di conflitti per il riconoscimento che appaiono sempre meno negoziabili e sempre più estranei all’azione politica tradizionale.

Le domande inquietanti che assillano la gente riguardano la vita concreta e quotidiana ma sembrano non trovare risposta nelle indicazioni della politica: quale sbocco individuare al dramma della disoccupazione? Quale avvenire economico assicurare alla propria famiglia? Come fermare la distruzione dell'ambiente? Come sentirsi sicuri sul proprio territorio? L’amore può durare? Educare è importante, ma è possibile?

La fiducia nelle istituzioni regredisce di anno in anno, i legami si allentano e non riescono più a liberare le persone dalle loro solitudini, l’amore è diventato una parola di cui non ci si può più fidare. La lamentazione sulla caduta dei valori nasconde, in realtà, la paura della nuova stagione dell’evoluzione sociale.

Si diffonde una rivoluzione silenziosa dove la libertà, concepita nei suoi significati concreti e quotidiani, rimette in discussione i fondamenti dell'ordine precedente. È un modo tutto nuovo di intendere la partecipazione “politica” al tempo dell'individualismo: godersi la vita (o almeno tentarci) come fosse l’unica cosa possibile:

“I giovani hanno scoperto per proprio conto, una cosa che può creare panico: il divertimento, sport, musica, consumo, semplice gioia di vivere. Nel loro essere impolitici c'è qualcosa di molto politico: i figli della libertà si ritrovano e si riconoscono in una variopinta ribellione contro la monotonia e i doveri che devono assolvere senza apparente ragione e quindi senza partecipazione.” (Ulrich Beck).

Si stabilisce un legame imprevisto e sorprendente tra il desiderio di divertirsi e l’opposizione agli stili di vita diffusi e percepiti come “imposti”; s’individua nel potenziale ironico della ricerca di sé un nuovo potente agente sovversivo.

La politica del rifiuto ha effettivamente un potenziale distruttivo e provocatorio: minaccia l'intero sistema. Le istituzioni private del sostegno vitale del consenso e della partecipazione sono costrette a rinnovarsi.

Neppure il “divertimento” tuttavia è pacifico: nel contesto delle libertà individualistiche ognuno vuole “divertirsi” per sé. La vita sociale diventa allora un campo aperto dove si scontrano e si riproducono, senza fine, dissensi, defezioni, delusioni e proteste. La libera competizione scatena ogni forma di invidia e risentimento. La società delle libertà si rovescia nel suo opposto: la società del controllo, l’invasivo e beffardo controllo “democratico”, esercitato, cioè, da tutti verso tutti.

Il pericolo di questa nuova pluralità non consiste tanto nello scontro con il potere e il controllo politico ma, all’opposto, nell’incapacità di partiti ed istituzioni ad affrontarla. Gli enigmi si moltiplicano senza risposta, le soluzioni tentate amplificano gli effetti indesiderati, le interpretazioni abbondano di questioni irrisolte.

Strade e piazze, supermercati e discoteche, pub e giardini non sono solo i luoghi dell’incontro e della socializzazione, sono anche il teatro in cui la vita individuale e sociale è rappresentata e personificata nella sua inestricabile complessità.

Il dissenso, il contrasto, la divergenza devono essere espresse perché sia chiara, innanzitutto ai protagonisti, la consistenza del personale malessere, la natura della propria divergenza o la rilevanza della propria storia.

 La messa in scena di sé

 Un’esperienza vissuta non è mai veramente completa finché non è raccontata e rappresentata. S’impara qualcosa di se stessi mettendosi nei panni degli altri.

La messa in scena di sé, insieme e di fronte agli altri, è un’affermazione personale e, insieme, un atto autoriflessivo: è la riflessione che si sviluppa esprimendosi. Si prende coscienza della profondità del proprio vissuto non solo attraverso l’introspezione individuale ma nel racconto di sé e nell’ascolto del racconto degli altri, osservando se stessi e gli altri in azione. Non sono sufficienti i pensieri; nei processi della coscientizzazione è necessario ripercorrere le vicende che hanno dato origine ai pensieri e li hanno trasformati in idee.

Il punto di partenza di un’analisi capace di cogliere tutta la novità e la ricchezza delle performance estetiche può essere ritrovato nel concetto di “dramma sociale” come V. Turner l’ha inteso anni fa. I “drammi” hanno il potere di trasformare le opposizioni in conflitti.

L’attuale dramma rappresentato nelle strade e nelle piazze non è una rivolta che crea opposizioni sociali e culturali o una protesta organizzata per contestare ed abbattere sistemi di potere o strutture di classe; è in atto qualcosa di più radicale e riguarda la concezione stessa della vita storica, che scardina le precedenti certezze e rende necessaria la produzione di nuovi significati e di nuovi valori.

La vita sociale contemporanea, anche nei suoi momenti di apparente quiete, di tranquillo benessere, di pacifico pluralismo, è diffusamente percepita come incerta e gravida di drammi sociali, intesi nell’analisi teorica di Turner, come rottura della norma, come infrazione del costume, come provocazione che mette in questione un riferimento comune di pensiero o di costume. I drammi sociali possono verificarsi, nelle società industriali occidentali, quando si determina un passaggio, da una fase culturale ad un’altra, quando nell’ambito della vita quotidiana si crea una frattura nelle tradizionali norme del vivere, oppure quando, in una società complessa, si genera un punto di svolta di natura socioculturale.

Nelle performance estetiche, attraverso il gioco e lo svago, nella libera e spontanea sperimentazione del corpo, apparentemente fuori dalle grandi ideologie, nella scelta “politica” del disimpegno politico, è possibile vivere esperienze "creative", dove si scompongono e si ricompongono i frammenti di antiche certezze (il bene comune, il senso della vita come vocazione, la sessualità come mistero), per riflettere su ciò che ne rimane (il profitto, la vita come prestazione, il corpo come manipolazione), dove si possono sovvertire o almeno corrompere, valori che prima erano considerati centrali, come il lavoro, la disciplina, la rinuncia, il legame interpersonale.

La struttura delle performance estetiche

I “drammi del vivere” possono essere adeguatamente osservati, seguendo l’analisi di Turner, partendo da una loro scomposizione in quattro fasi: rottura, crisi, compensazione e infine reintegrazione all’interno dei gruppi di persone che condividono valori e interessi e sono legati da una storia comune, reale o supposta.

Dramma sociale indica un processo, con uno svolgimento evolutivo preciso che è possibile ritrovare nelle culture e nelle epoche storiche più diverse.

Si manifesta, innanzitutto, come rottura di una norma, come infrazione di una regola, nel diritto o nel costume di vita. Comporta, quindi, una sfida all’organizzazione sociale e politica.

La rottura emerge, per lo più, da uno sfondo di sentimenti appassionati e una volta apparsa, difficilmente può essere annullata; tende, anzi, a produrre una frattura, ad imprimere una svolta, a generare una crisi crescente. Il contrasto si diffonde, si formano fazioni, si generano contrapposizioni. Per dare un aspetto di senso e di ordine agli eventi confusi e conflittuali che si susseguono, occorre sviluppare un’interpretazione, attribuire dei significati, proporne una chiave di lettura. Solo in questo modo è possibile aprire un ponte tra la situazione bloccata della crisi e gli eventi successivi della vita in una realtà sociale fluida e indeterminata. La compensazione è il processo rischioso con cui gli attori muovono al contrattacco per risolvere la crisi e contrastarne gli effetti.

La fase di compensazione è considerata da V. Turner un periodo “liminale”, cioè una fase di passaggio, separata dal resto del processo, che può richiedere un rituale e comportare un “sacrificio”, letterale o simbolico. Nelle società più semplici, il meccanismo di compensazione si risolveva a livello giudiziario o rituale (il ricorso ad una vittima sacrificale come capro espiatorio compensatore). Nelle società complesse il conflitto sociale strutturale si accompagna ad “un’endemica irrequietezza evolutiva”, bene rappresentata da certe espressioni “della musica moderna che tentano di riprodurre questo caos, lasciandolo così com’è, poiché i legami di significato ereditati dal passato non riescono più ad attuare una connessione”.

I simboli svolgono un ruolo sempre cruciale nelle situazioni di mutamento della società.

A partire dai simboli condivisi si sviluppano le ritualità sociali.

Il dramma sociale si comporta “come un processo che trasforma valori e fini particolari, distribuiti fra un gran numero di attori, in un sistema dal significato condiviso o consensuale”. Il tempo si concentra e si esprime in tutta la sua pregnanza: il significato sorge nella memoria e nel riconoscimento del passato, il valore inerisce al godimento affettivo del presente, lo scopo proietta verso il futuro.

La fase finale si risolve nella reintegrazione del gruppo sociale turbato dalla crisi, oppure nella dichiarazione sociale dell’irreparabilità della rottura.

Nel caso di processi, fenomeni e persone che fanno parte di società complesse e di vaste dimensioni, l’esperienza liminale deve essere intesa per lo più nel suo senso metaforico.

V. Turner propone un termine nuovo per rappresentare una certa continuità, in una dinamica sociale completamente diversa, dell’antica esperienza liminale, il “liminoide”, e lo individua precisamente nei generi di svago nelle società industriali.

Le performance estetiche diventerebbere, così, uno specchio fedele delle risorse e delle contraddizioni della vita metropolitana ed un teatro in cui prefigurare ed innescare il cambiamento: “Considero il liminoide come una fonte autonoma e dotata di una potenzialità critica”.

Nelle performance estetiche (intese nel suo senso ampio di “socializzazione libera da prestazione”) si esplicita il dramma sociale quasi come una sorta di commento:

“una storia che un gruppo racconta a se stesso su se stesso”: non solo una lettura della propria esperienza, ma una nuova rappresentazione interpretativa della medesima. Il dramma tende a diventare un modo per esaminare minuziosamente la vita quotidiana.

Quando la vita storica e quotidiana sembra aver perso il suo senso vitale (la chiave interpretativa per entrare nel suo “mistero”) la narrazione e il dramma culturale possono aprire un varco e produrre un nuovo senso culturale.

 Gli elementi delle performance estetiche

Alla riuscita della performance estetiche contribuiscono diversi fattori: i testi e il ritmo dell’evento, gli attori (artista, animatore, lettore, dj, vocalist, p.r.), i partecipanti (spettatori, osservatori, uditori), i simboli (segni, oggetti materiali, forme e colori, abbigliamenti e look), lo scenario in cui essa si compie.

La performance è tanto più convincente ed efficace (e da estetica si trasforma in sociale) quanto meglio gli elementi sono combinati ed armonizzati. In questo caso i testi (come quelli del vocalist o l’accoglienza del receptionist, il ruolo dell’animatore o il mimo dell’attore) hanno piena attinenza alla vita vissuta de partecipanti, le simbologie esprimono direttamente la verità dei testi e sono collegati alla realtà sociale, la partecipazione è attiva, attori e spettatori si fondono in un unico e vibrano all’unisono. Nelle performance riuscite i ruoli simbolici che attivano la partecipazione emergono direttamente, senza mediazioni, le parole sono percepite come rivolte alla propria persona, le metafore ed i simboli veri ed immediati. Attorno alla performance si riunisce un gruppo, si raduna una massa di individui ma avviene una trasformazione prodigiosa, come per magia: il gruppo si cambia in intimità, la folla in “massa di festa”, l’aggregazione in comunità. Gli spettatori non si limitano a guardare ma partecipano, acclamano, cantano, gridano, piangono... Le performance non si fermano a simbolizzare una relazione ad auspicare un cambiamento ma lo attualizzano, hanno una presa diretta senza intermediari. Le performance riuscite non sono mai innocue, per questo possono incutere paura, essere temute, osteggiate, proibite o esposte al ridicolo per neutralizzarne la forza.

Nelle società più semplici la religione coincideva con la cultura, testi e rituali erano naturalmente intrecciati. Nella complessità moderna, con la frammentazione dei cittadini e i sottosistemi multipli ed autoreferenziali che ne derivano, con il pluralismo anche etico che le accompagna, gli elementi delle performance rituali si scombinano, producendo processi incompleti. La ritualità non scompare ma si nasconde nel dilagare dei suoi surrogati.

Discoteche e stadi, supermercati e centri fitness, pub e bistrot si presentano come grandi templi del divertimento e dell’eccitazione collettiva ma non riescono comporre gli elementi della ritualità in un tutto coerente. I partecipanti sono ancora resi omogenei ma il distacco dei significati e dei testi dalla massa degli attori è evidente: l’epopea raccontata dal vocalist è virtuale, i “vip” (attori, campioni, artisti) si distinguono nettamente dalla massa, il divertimento è separato dalla vita (il tempo di loisir è vissuto come evasione), l’apparenza di intero, che rende l’azione simbolica rituale, diventa artificio e pianificazione (si svolgono eventi tecnologici o emozionali più che relazionali).

L’azione performativa diventa mediatica, simulata, controllata, artificiosa, nel trionfo della razionalità strumentale (come nei mondi Macdonald).

E’ la performance che diventa culto e non l’evento che si fa performativo.

Le ritualità commerciali sono un succedaneo dei riti, non la loro continuazione in forma nuova. Sono un surrogato dei riti religiosi, possono provvisoriamente riempirne il vuoto ma non sostituirli.

La “funzione” svolta, infatti, è la stessa del rituale sacro: produrre un’identificazione psicologica forte, stabilire una connessione emozionale con l’audience (artista, attore, dj, receptionist, l’animatore), costruire una certa relazione tra attore e testo (per opera dell’interprete, del lettore, del vocalist), creare le condizioni per diffondere significati culturali (indurre motivazioni, creare consenso, fidelizzare l’utenza), generare miti per simulare l’effervescenza collettiva di cui l’individualismo è rimasta orfana. Del tutto diverso è però il risultato, trattandosi di fenomeni così distanti.

Il successo delle performance simulate dipende dall’abilità degli attori nel convincere i partecipanti circa l’autenticità della performance, nel trasformare la veracità in affidabilità, con tutte le ambiguità che ciò comporta. L’efficacia performativa esige sempre, infatti, che attori ed osservatori condividano la validità del contenuto della comunicazione simbolica ed accettino l’autenticità dell’intenzione dell’altro.

Tratto da Domenico Cravero,  Ritornare in strada, Effatà 2008